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Sono nato a Sulmona, fino ai sei anni ho vissuto a Roma e, al compimento del settimo anno di vita, i miei genitori hanno deciso di tornare a Castrovalva, una frazione di quindici abitanti del comune di Anversa degli Abruzzi.
La cucina, per me, non è mai stata solo una questione di tecnica o di estetica. È nata come un bisogno, poi è diventata una passione, infine una scelta di vita. Non ho frequentato scuole prestigiose né cucine stellate. Il mio percorso è stato diverso, forse più faticoso, ma profondamente mio. Ho iniziato da autodidatta, spinto da una curiosità vorace e da un senso quasi viscerale di appartenenza a questo mondo. Non sapevo dove mi avrebbe portato, ma sapevo che volevo capire, provare, costruire qualcosa con le mani, con la testa e soprattutto con il cuore.
Dopo aver seguito l’istinto per tanto tempo, ho capito che non bastava più solo il cuore. Avevo bisogno di mettere ordine, di dare una direzione alla mia crescita. Così ho iniziato a cercare esperienze che potessero insegnarmi qualcosa di concreto, qualcosa che mi mancava. Ho cominciato a lavorare in cucine vere, affrontando ritmi duri, gerarchie rigide, sfide quotidiane. Non è stato facile, ma è stato necessario. Ho imparato a stare al mio posto, a rispettare il tempo, la precisione, la disciplina.
Ho avuto momenti di grande entusiasmo e altri di totale smarrimento. Quando lavoravo in cucina senza ancora sapere se fosse davvero la mia strada, mi sentivo fuori posto, inadatto. Ma quelle sensazioni mi hanno insegnato a guardarmi dentro, a capire cosa volessi davvero raccontare con il mio modo di cucinare. Così ho iniziato a fidarmi delle mie scelte, anche se non erano quelle convenzionali. Ho scelto ingredienti che mi parlavano, abbinamenti che mi facevano vibrare, piatti che avevano un senso per me, anche se non sempre per gli altri.
La mia testa ha cominciato a prendere spazio accanto al cuore. Ho iniziato a studiare davvero: tecniche, temperature, fermentazioni, stagionalità. Mi sono innamorato della parte più razionale del mestiere, quella che ti costringe a pensare prima di agire. Ho capito che l’istinto va bene, ma solo se è supportato dalla consapevolezza. Le scelte di testa sono quelle che ti permettono di crescere, di correggere, di evolvere.
C’è stato un momento in cui ho sentito il bisogno di fermarmi, di guardarmi indietro per capire da dove venissi davvero. Dopo aver spinto tanto sull’istinto e sulla tecnica, ho iniziato a sentire che qualcosa mancava: il senso profondo del mio percorso. Così ho iniziato a cercare le mie radici, quelle vere. Ho riscoperto il territorio in cui sono cresciuto, le persone che mi hanno formato, i gesti quotidiani che avevo dato per scontati.

Questa riscoperta non è stata nostalgica, ma vitale. È lì che ho capito che non si può costruire qualcosa di autentico senza conoscere la propria storia. Le mie radici non sono solo geografiche, ma anche culturali, affettive, emotive. Sono i pranzi in famiglia, i prodotti della terra, i modi semplici di fare cucina. È da lì che ho scelto di ripartire, facendo una scelta di vita: restare fedele a ciò che mi appartiene.

Le emozioni sono sempre state al centro di tutto. Cucino per esprimere, non per impressionare. Ogni piatto che creo ha un’origine emotiva. A volte è un ricordo, come quelli legati alla mia infanzia in famiglia: mia madre che cucinava con semplicità ma con cura, i profumi che invadevano la casa, i gesti ripetuti con amore. Altre volte è un luogo che mi ha colpito, una persona che ha lasciato un segno, un’esperienza che ha cambiato qualcosa dentro di me.
La mia è una cucina profondamente personale. Non pretendo che piaccia a tutti, ma voglio che sia autentica. Per questo inizio sempre dalle emozioni. Mi chiedo: cosa voglio raccontare? Cosa voglio far provare a chi assaggia questo piatto? Voglio che ci sia una connessione, anche sottile, tra me e chi mangia. Che senta che dietro quel boccone c’è una storia, una scelta di cuore.
Cucinare così è un atto di esposizione, ma anche di cura. Ogni dettaglio – dal modo in cui taglio un ingrediente, alla temperatura di cottura, alla composizione finale – è un gesto che parla. Non cerco di stupire con effetti speciali, ma di arrivare a qualcosa di vero. È una cucina fatta di pensiero, ma anche di pancia. Di tecnica, sì, ma soprattutto di emozione.
La mia non è una cucina “tradizionale” in senso stretto, ma è profondamente radicata. Le mie ricette sono nate da questa consapevolezza. Parlano di identità, di memoria, di territorio. Sono scelte che non rispondono a logiche di mercato, ma a un’urgenza personale: quella di restare connesso a chi sono e a dove appartengo. Per me, scegliere le radici è scegliere una direzione chiara, una responsabilità e anche un atto d’amore.


Un viaggio culinario in un universo di gusti intensi e precisi: una cucina fatta di semplicità e di sapori forti, di pastori e di donne che tiravano la pasta all’uovo fino a renderla trasparente. Ho abbracciato la mia terra, ma senza dimenticare le esperienze e le emozioni che mi hanno riportato nel mio nido.
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